L’improvvisata

Visilia (nome di fantasia, ma da non trascurare nella scelta per i futuri nati), era sempre stata una ragazza con una certa autonomia nella scelta dei momenti in cui applicarsi in prestazioni sessuali: sostanzialmente se andava a lei, si faceva; se non le andava, niente. Sembrerebbe logico, giusto, corretto. Il particolare che potrebbe però sfuggire ad una prima superficiale analisi è che se andava a lei ma non al partner si faceva comunque, per tanti motivi. Il primo era che l’eventuale diniego del partner si sarebbe tramutato in giorni a venire di aria irrespirabile, battute a doppio senso, piccole ripicche. Insomma te la faceva pagare come se le avessi detto che faceva schifo. Il secondo motivo era che aveva una grande capacità di fingere di essere lei a non avere voglia e sacrificarsi per te, riuscendo quindi a metterti nella condizione di provare gratitudine per quanto ti concedeva nella copula di cui in quel momento non sentivi l’esigenza: gran giratrice di frittate, in parole semplici. Il terzo era che scopava con una qualità di primissimo ordine, quindi pure se non ti andava inizialmente, superato il primo, mentale, ostacolo, sapevi che avresti passato minuti (ma anche ore) indimenticabili, quindi alla fine tutto sommato il sacrificio si poteva pur fare.

Diciamo però che il tiraemmolla continuo del suo umore ondeggiante, sommato al tiraemmolla continuo del mio umore altalenante fece sì che la nostra liaison durata alcuni mesi si affievolì fino a spegnersi: ci lasciammo in un freddo venerdì invernale, nella nebbia di Viale Pistandi, litigando per la scelta dei pasticcini da comprare. Da allora non ci vedemmo più per diversi mesi, fino a che non ricevetti una chiamata: “Bartoccio (nome di fantasia, bello, sì ma forse non adatto ai tempi nostri), come stai? Verresti a cena da me, sabato? E dai, e dai, e dai, ma perché no? Perché? Perché? Dai, dai, dai”. Accettai, direi di slancio.

Decisi io i pasticcini adatti, una piccola rivincita personale. Molto personale, a lei non fregò un cazzo. Arrivai a casa sua, la nuova casa. Bella, bellissima, una terrazza con vista sui tetti antichi, due stanze, un bell’angolo cottura, un bel bagno. Mi accolse in ghingheri, essendo tornata da poco da una festicciola pomeridiana a sorpresa, mi mostrò la casa, mi fece accomodare dicendomi che si sarebbe messa comoda e avrebbe improvvisato una cena. Che stronza, cazzo, “improvvisato una cena”, pensai. Ma era un pensiero stupido, quello che volevo era solo sentire l’odore dei suoi capezzoli, della cena mi importava poco. Tornò dopo pochi minuti e non potei evitare di sorridere, visto che il tailleur volgare era stato sostituito da un leggerissimo, coloratissimo, trasparentissimo e sensualissimo abitissimo.  Una cosa piuttosto irresistibile. Prima di mangiare il pasto arrangiato avevo già cinto le mie braccia attorno alla sua silhouette curvosa, sussurrandole parole dolci e meno dolci all’orecchio, cosa che non aveva dimenticato di apprezzare in quei mesi di lontananza. Io, dal mio canto, non avevo smesso di apprezzare il suo corpo poggiato al mio, in posizione schiena su petto o culo su cazzo. Così la preparazione del surgelato si trasformò rapidamente in esplorazione carnale. Apprezzai la scelta del perizoma millimetrato, dell’acconciatura pelvica e la sensazione di déjà vu che il sapore e l’odore del suo capezzolo destro tra le mie labbra mi fece vivere.  Non potei certo evitare di provare se mi avrebbe fatto lo stesso effetto leccare tutto il suo corpo, dalla a alla z, o dalla testa ai piedi. Tutto sul vecchio tavolo in formica della sua bella cucina che stonava con la qualità generale dell’arredamento ma era un tocco trash in un contesto glam che serviva certamente a sorprendere lo spettatore. Grandissimo godimento provai nel sentirla così partecipe, così attenta nel gustarsi ogni attimo di quell’aperitivo improvvisato. Perché, dopo un fugace pasto potemmo finalmente penetrarci vicendevolmente e appassionatamente su un letto con tutti i crismi. Gradì quindi i pasticcini, senza obiezioni. Io gradii la serata, il suo corpo soave, il suo invito imposto. In fondo ci aveva detto bene, avevamo entrambi voglia.

Salutata sull’uscio che era già notte inoltrata, ne persi le tracce.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...