Sette giorni – 7

Quel giorno Livia non avrebbe lavorato. Nemmeno il suo collega. Suo marito sarebbe uscito a metà mattinata per andare a correre con gli amici, lo faceva sempre quel giorno della settimana. Livia andò in bagno, chiuse la porta a chiave dietro di sé e si dedico alla cura del suo corpo, alla depilazione di alcune parti che non aveva mai ritenuto di dover depilare. Ma tante cose, non aveva mai ritenuto di dover e voler fare. Quella settimana era la sua. Dal bagno scrisse al collega. “Alle 11-30 sarò al grande magazzino x.”.
Poi decise che non avrebbe guardato più i messaggi, le piaceva così, senza sapere con certezza se sarebbe arrivato. Il marito la salutò da dietro la porta. Lei indossò un vestito  scuro, lungo e piuttosto attillato, e un paio di scarpe comode. Niente di sexy sotto. Niente e basta. Si godette la passeggiata fino al grande magazzino pensando alla faccia che avrebbe fatto il giornalaio se avesse saputo che sotto era nuda. Pensando alla faccia della cassiera del bar, dove si fermò a prendere un caffè. Si godette la sensazione di quel ragazzo che la fissava mentre fumava una sigaretta. Il cambiamento di stato dei suoi capezzoli, a quei pensieri, a quello sguardo. Gli sorrise, allontanandosi. Continuò a passeggiare, sentiva il caldo percorrerle il corpo. Voleva gli sguardi di chi incrociava sul seno, sul culo. Sapeva di non essere il tipo di donna che attrae tutti al primo sguardo. Proprio quel contrasto la eccitava; e sentirsi la stoffa del vestito su tutta la pelle, sentire la sensazione della fresca cura depilatoria. L’eccitazione dell’incontro con il collega, quella del modo in cui ci arrivava.
Giunse al magazzino, cominciò a girare tra i tanti reparti di abbigliamento.
….
Livia passa dal reparto abbigliamento donna, prende un vestito corto, leggero. Poi si sposta verso l’intimo. Trova un perizoma e un reggiseno bianchi, abbinati. Osceni, avrebbe pensato suo marito. O forse lo avrebbe detto, senza pensarlo veramente, come avrebbe fatto anche lei solo un mese prima. Cerca i camerini, in fondo al reparto. Sono grandi, spaziosi. Camerini di lusso, con lo specchio e una piccola panchina,  senza cataste di vestiti lasciati da clienti precedenti. Le piace. Chiude la tenda spessa, appende l’abito e il completo, poi prende il telefono dalla borsa, apre i messaggi. Ce ne sono diversi del collega. Li salta, riuscendo solo a scorgere qualche risposta perplessa “come faccio?” “non so se riesco” “mi piacerebbe ma…”. Scrive lei: “l’ultimo camerino del reparto donne”.
Si spoglia, nuda. Si guarda allo specchio. Le piace guardarsi così, in quel camerino con il corpo completamente glabro. Si eccita, ancora, di più. Indossa il vestito che ha preso. Apre la tenda per specchiarsi con più spazio e sente le voci di una coppia che prova capi nel camerino più lontano. Lui è fuori, lei dentro. Squilla il telefono, un messaggio: lo legge “due minuti”. Sorride, ritorna fuori a guardarsi, si gira, si osserva. La donna esce dal primo camerino e si allontana seguita dal marito che si volta a guardare Livia. Poi sparisce dal suo campo visivo. Lei sfila il vestito facendo calare le spalline, se arrivasse qualche cliente ai camerini la vedrebbe con il seno nudo. Si trova sensuale, eccitante. Trova quel momento sensuale, eccitante, adrenalinico. Rientra, ritira su le spalline e si siede sulla panchina. Dopo pochi istanti si apre la tenda. Lui è lì. Livia gli fa cenno di non parlare e aspetta che chiuda la tenda. Vestito sportivo è diverso, forse meno attraente, ma la cosa non cambia minimamente quello che lei intende fare. “Sto provando questo” gli dice sottovoce. Allarga un po’ le gambe, solleva il vestito già corto. Gli mostra la fica. Sente un brivido nuovo nel farlo, come se fosse il primo giorno. Come se fosse la prima volta. Non dice niente mentre lui si inginocchia e avvicina il suo volto alle cosce. Guarda la mano del collega che le percorre entrambe lentamente, sente il calore dei palmi sulla pelle liscia. Si gode il contatto. Guarda nello specchio, lo vede metterle la testa tra le sue gambe, la lingua sul clitoride. Trattiene il gemito, non i brividi, non le sensazioni che le partono dal basso. Si lascia leccare, è quello che voleva, è quello che desiderava. Lascia fluire il piacere che cresce rapido e incontrollabile. Lascia uscire l’orgasmo veloce e travolgente. Stringe le gambe, spinge la sua testa, stringe i suoi capelli.
Gode.
Chiude gli occhi un minuto, quasi allontanandosi da lui, dal camerino, dal mondo. Per vivere il momento da sola.
Poi si alza, lo guarda. Lo spoglia senza parlare; maglietta, scarpe, jeans, calzini, mutande. “Siediti” gli sussurra in un orecchio. Si mette sopra di lui, tenendo il vestito addosso. Lascia che il suo cazzo le entri fino in fondo e comincia a muoversi piano, guardandosi nello specchio. Vede il suo volto modificarsi, le sue labbra stringersi, la bocca aprirsi, vede il suo stesso sguardo su di sé, si guarda, si vede scopare. Si piace, le piace. Aumenta il ritmo, porta le mani del collega sotto il vestito. Le stringe il culo, lo tocca, lo preme, lo sente. Si vede, in quello specchio. Si guarda godere di quel cazzo duro, si scopa vedendosi. Si piace scopando.
Sente il gemito dell’uomo, il calore del suo sperma che la riempie. Gode ancora, tenendo gli occhi aperti fino quasi all’ultimo momento, all’apice del piacere irreversibile.
“Vestiti e vai, fai tardi” gli dice con un bacio sul collo.
Lei rimane lì, sola nel camerino. Con il suo piacere diffuso dietro la tenda.

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