Con me

Quando ho trovato quel messaggio sul suo cellulare mi è venuta una fitta allo stomaco. Lei stava facendo la doccia e il suono del suo telefono mi ha attratto. Ho guardato e sul display è apparso per poco il messaggio. Inequivocabile. Ho tenuto la cosa per me, non volevo lasciarle sapere che avevo capito. Le ho detto che sarei uscito a comprare qualcosa. Ho passeggiato per un’oretta poi sono rientrato. Ho fatto come se niente fosse, tutto è rimasto come sempre. Vita tranquilla di tutti i giorni. Con la sola differenza che io cercavo di sapere, mi appostavo per provare ad aprire il suo telefono, senza che se ne accorgesse. Un giorno ho potuto farlo, ho aperto mentre lei era scesa in macchina dove aveva dimenticato una busta della spesa. Ho aperto i messaggi e ne ho letti diversi. Del suo collega. Del collega che la scopava, che le diceva quanto era sensuale, quanto era brava, quanto lo faceva impazzire di desiderio. E ho letto i suoi, al collega. Di quanto avesse voglia di lui, di quanto non vedeva l’ora. Uno gli chiedeva come avrebbe voluto che si vestisse il giorno dopo per vedersi. Mi eccitava molto. Saperla così. Eppure non sembrava diversa con me, scopavamo, stavamo bene. Era come se per lei non fosse cambiato niente. Non sapevo da quanto si vedevano, sapevo che era una cosa abbastanza regolare. Ma non era cambiato niente.

Leggere quei messaggi mi aveva eccitato. Ho sentito aprirsi la porta, ho lasciato il telefono e sono andato verso di lei. Sorrideva, naturale. L’ho abbracciata, mi ha abbracciato. L’ho baciata, con passione, con voglia. Ha fatto lo stesso. Abbiamo scopato, sul divano, in ingresso. Con una passione particolare. Mi eccitava scoparla pensando che era stata con un altro. Mi piaceva farle sentire com’ero io, sentire che ancora godeva quando entravo dentro di lei e spingevo forte.  Dopo un paio di giorni mi ha detto che la sera sarebbe uscita con delle amiche. Era chiaro che avrebbe visto lui. Lo era da come si era vestita, dalla gonna al ginocchio che aveva indossato. Da come aveva messo attenzione nel truccarsi, da come mi aveva detto di non aspettarla, perché le sue amiche avevano intenzione di fare tardi. Ho sorriso, ho aspettato che uscisse.  Ho preso un bicchiere di vino e sono uscito in terrazza, con una sigaretta. Poi ho digitato “so che non sei con le tue amiche. Non ne voglio parlare quando torni, non nei termini del marito incazzato e deluso. So con chi sei e cosa fai, più o meno. Voglio che tu faccia quello che ti piace fare?”. Ho aspettato, dieci, venti minuti. Ho immaginato la sua faccia, il suo stupore, l’agitazione che l’ha percorsa. Poi è arrivata la risposta. “Mi dispiace. Spero che tu non ne stia soffrendo. Perché io amo te”. Ho preso un’altra sigaretta, un altro bicchiere di vino e ho scritto. “anche io amo te. Ho sofferto un po’, sì. Ma solo perché mi hai tenuto all’oscuro. Non farlo più, condividi tutto con me e non soffrirò, anzi…”. Abbastanza diretto, abbastanza esplicito. Mi è piaciuto provare quella strana sensazione nello stomaco mandando quel messaggio, sapendo che era con lui. Ha risposto quasi subito, questa volta. “Lo sai che sono con lui, a cena fuori, adesso.” Ecco, era quello che volevo, adesso sì che era diverso. Adesso sì che ero con lei, anche se in un altro posto. Adesso sì. Le ho scritto subito. “Lo so. Mi piace”.  Poi, dopo dieci minuti mi scrive di nuovo. “Sono nel bagno del ristorante. Tu che fai?”. “Aspetto i tuoi messaggi, in terrazza. Bevo e aspetto. Non dire niente a lui, come se tutto fosse come le altre volte”. Aspetto. “Non gli dico niente, no. Vuoi essere parte anche della mia vita parallela, vero?”. “Forse, non lo so. So che mi piace. Ti stai sistemando il trucco?”. “No, sono venuta solo per scriverti. Torno da lui, mi aspetta…”.

Era la prima sera che ci accadeva. Mi sentivo emozionato, agitato, forse anche preoccupato che la nostra storia potesse risentire di questo. Ma, mi dicevo per tranquillizzarmi, non era cambiato apparentemente niente da quando loro si vedevano, perché sarebbe dovuto cambiare qualcosa adesso? Non mi aveva detto esplicitamente che era d’accordo a tenermi informato, rileggevo i suoi messaggi e cercavo sicurezza. Non la trovavo, non chiaramente. Però non sembrava distante, c’era un senso di complicità. Ma dovevo averne la certezza. Perché io avevo la certezza che mi sarebbe piaciuto, la volevo anche da lei. Così ho inviato “Ti dà fastidio tenermi informato, condividere con me?”. La questione non era su chi avesse ragione e chi torto, né su chi si dovesse sentire in colpa. La mia richiesta era stata chiara, dimmi tutto, fammi partecipare al tuo tradimento, in modo che non sia più tale, non come era prima.

Non rispondeva, stava cenando, forse stava dicendo tutto a lui, forse stavano già scopando. Mi agitava. Ma mi piaceva, era una strana sensazione mista, poco controllabile e in quanto tale, forse, più intrigante.  Dieci minuti, venti. Saliva la preoccupazione. La paura di perderla, in qualche modo. Non per colpa mia, non per colpa sua, per distanza.

Squillo. Apro. “Mi piace farlo. Vorrei poterti scrivere tutto senza che lui se ne accorga. Sono fuori a fumare una sigaretta, lui è dentro. Non posso scrivere tutto quando sono lì. Vorrei.”

Finalmente, era il messaggio che volevo, quello che non speravo potesse arrivare. Quello che mi faceva sentire bene. “Quello che non riuscirai a scrivere me lo dirai a voce. Sei eccitata per la serata che ti aspetta?”. “Moltissimo”.

Anche io, moltissimo, è strano ma è così, è forte, è intenso, un sentimento particolare, un’improbabile situazione che mi fa venire il cazzo duro. Aspetto ancora, non so che fare oltre a immaginare tutti gli scenari possibili su di loro. Prendo aria. Passa un’ora, non voglio scriverle ancora, aspetterò quando rientrerà, anche se non so che ora sarà, visto che ormai non deve nemmeno fingere e potrà tornare a qualsiasi ora. Arriva un messaggio. “Stiamo per uscire dal ristorante, sono di nuovo in bagno, lui starà pagando. Gli ho detto che lo raggiungo alla macchina. Non so che faremo”. Eccola.  Perfetto, mi dice tutto. Vado avanti, come ne ho voglia. “ti vorrà scopare, non credi?”. Risponde subito. “Sì. Me lo ha anche detto, ma non ce n’era bisogno”. Mi eccita leggerlo da lei. Molto. “Tu lo vuoi?”. “Sì, lo voglio”. Cazzo, una stretta allo stomaco, una stretta nelle viscere, un’eccitazione invadente, totale. “Fallo, fai quello che hai voglia di fare. Scrivimi appena puoi”. “Lo farò”.

Vorrei masturbarmi. Ora, subito. Ne sento l’esigenza fisica. Ma non voglio che scenda la sensazione che ho in corpo, non voglio che cambi questo desiderio perverso che mi avvolge il corpo e la mente. Aspetto. Eccitato. Maledettamente eccitato.

Quasi due ore dopo mi scrive. “Sono alla mia macchina, vengo a casa. Sei sveglio?”.

“Sì. Sono qui. Ti aspetto. Dimmi soltanto: come è stato?”

“Eccitante come mai prima”.

Non voglio aspettare, o forse sono ancora un po’ preoccupato del momento in cui ci vedremo. “Aspetta ancora un momento, raccontami qualcosa adesso, sei parcheggiata?”.

“Sì, lui è andato via, io ho fermato la macchina per scriverti subito. Cosa vuoi che ti racconti?”.

“Tutto”

“Tutto?”

“Sì, nei dettagli”

“Va bene. A cena mi guardava come ha fatto sempre in questo periodo. Ci vediamo da tre settimane, forse sai anche questo. Mi guardava con desiderio. Gli smuovo qualcosa, mi ha detto. Lui fa lo stesso con me.”

“No, non sapevo da quanto tempo ma vai avanti, se ti va, se ti piace”.

“Mi piace. Voglio continuare a raccontarti tutto a casa, però. Continuo il tempo di una sigaretta da qui, poi accendo e vengo da te. E continuo, con un bicchiere di vino e te.”

“Così, sì.”

“Non avevamo un posto dove andare, lui è sposato. Dopo averti scritto sono uscita dal ristorante, lui era poggiato alla macchina, mi ha stretta e baciata. Era molto eccitato, mi parlava all’orecchio. Mi diceva che aveva voglia di me. E mi metteva la mano sul collo. Sai quanto mi piace sentire la mano sul collo?”

“lo so, vai avanti”

“Mi stringeva, mi spingeva a sé. Lo sentivo. Avevo voglia di lui, di sentire quanto fosse eccitato, quanto fosse attratto da me. Mi faceva sentire desiderata. Mi ha chiesto quanto potevo rimanere ancora, ho detto che avrei avuto poco tempo, ma abbastanza”

“Abbastanza per cosa?”

“Non lo sapevo, ho detto solo abbastanza. Ha detto saliamo in macchina, andiamo da una parte. Sono salita, ha percorso una strada e si è fermato in un parcheggio isolato. Ora però vengo a casa, ti racconto il resto da lì”

“Ti aspetto. Vieni da me”

Sento aprire la porta, mi avvicino. Accende la luce. Le chiedo di spegnerla, la prendo, la abbraccio, la stringo, la bacio. Forte. Sa di un altro. Mi bacia, mi stringe, forte. Mi ama. Me lo dice, la sento. Lo sento. La voglio. Le dico di venire fuori, di sedersi sulla sedia reclinabile. Io accanto. Le porgo il vino. Dice di averne già bevuto troppo. Lo prende lo stesso. Accende una sigaretta. Toglie le scarpe. Piega le gambe sulla sedia. Sospira. Parla. “Non so perché mi hai chiesto di farlo. Ma mi piace. Spero davvero che piaccia anche a te.” La guardo. È bellissima, spettinata, stanca. Attraente. Eccitante. “Non lo so nemmeno io. Ma so quanto mi ha eccitato passare questa serata così, in attesa di te, delle tue parole. Immaginandoti. Pensandoti. Pensando che stavi facendo qualcosa che ti piaceva fare, che ti eccitava. Che ti faceva godere. Mi piace. Non lo credevo ma è così”. Sorride. Mi tiene stretta la mano, mentre sorride. Poi la lascia, per bere. “Mi ha baciata lì, in quel parcheggio. Mi ha guardata negli occhi e si è avventato su di me. E io l’ho accolto, con tutta la voglia che avevo. E con la voglia che avevo di raccontarti tutto. Lo speravo. Lo sto facendo. Mi ha messo la mano sotto la gonna, ha toccato la mia gamba. Ha premuto sulle mie mutandine. Bagnate. Eccitate. Ha toccato quello che voleva toccare, quello che io volevo che toccasse. Ero nelle sue mani. E io toccavo la sua gamba, la sua coscia. Sentivo il suo cazzo duro sotto i pantaloni eleganti. Questo mi eccitava ancora di più, vederlo tutto elegante, perfetto, curato. Con così tanta voglia di scoparmi”. Mi fa impazzire vedere i suoi occhi chiusi mentre aspira la sigaretta, i suoi piedi nudi, le sue labbra che si muovono e sorseggiano il vino freddo. Sentire le sue parole. “Alza la gonna e toccati mentre racconti. Ne hai voglia”

Alza la gonna, senza interrompere il racconto. Mi mostra la fica nuda. Così posso capire che è tornata a casa senza aver rimesso le mutandine.

“Mi piaceva sentirlo così. Lo volevo. Mi voleva. Mi toccava e parlava. Mi diceva quanto lo avessi eccitato al ristorante. Quanto i miei sguardi lo avessero fatto pensare solo a toccarmi, a scoparmi”.

Allarga le gambe, con la mano sfiora le labbra, il clitoride, piccoli movimenti circolari. vederla così, seduta, con la mano sulla fica, che mi racconta la sua serata con un altro, in terrazza. Potrebbe vederla anche qualcuno dal palazzo vicino. Non le importa di niente. Le importa solo quello che sta dicendo, quello che sta facendo. Con me.

“Gli ho detto di passare sul sedile posteriore. Siamo scesi e passati dietro. Ha spostato in avanti e piegato quello anteriore per avere più spazio. Ho tolto le mutandine, prima di rientrare in macchina. Mi sono seduta sopra di lui, mentre slacciava i pantaloni. Mi sono seduta. Mi sono fatta scopare. Mi sono messa dentro il suo cazzo e mi sono fatta scopare. Era ciò di cui avevo voglia, ciò che sapevo sarebbe successo ma che è stato più forte di quello che immaginavo. Perché ti sentivo. Lo sentivo. E ti sentivo. Godevo, come sto godendo ora. così. Qui e lì.”

Si tocca. Si muove. Mi parla. Dice, racconta, condivide.

Gode, con me

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